L'itinerario segue antiche mulattiere storiche tra la val Bognanco e la valle Antrona, sfiorando Domodossola e Villadossola. Ricalca in parte tre percorsi di grande valore storico e culturale: il sentiero Stockalper (da Briga a Domodossola, attraverso il passo del Monscera), la via dei Torchi e dei Mulini (da Bognanco a Domodossola e poi a Villadossola) e la strada Antronesca (da Villadossola ad Antrona, e poi a Saas Almagell e Saas Fee).
Lungo queste vie storiche si coglie l'essenza dei luoghi attraversati, sia negli aspetti storici e culturali sia in quelli ambientali e della vita rurale di un tempo. È un tuffo nel passato che permette di leggere il paesaggio delle antiche economie agrarie di montagna, grazie a innumerevoli manufatti che raccontano modi di vivere arcaici, in sintonia con la natura e con i paesaggi aspri di queste valli. Tra i punti d'interesse principali ci sono numerosi terrazzamenti, borgate e alpeggi dove riscoprire vecchi torchi e mulini, antichi mestieri e luoghi di culto.
L'itinerario misura circa 40 km, comprese due varianti, e tocca diversi paesi dove dormire per dividerlo in tappe: i principali sono Bognanco Fonti, Domodossola, Villadossola e Antronapiana. L'unica vera difficoltà è la lunghezza: sono sentieri a mezza costa, non lontani dal fondovalle, quasi tutti nel bosco, con dislivelli graduali e alla portata di tutti. Possono percorrerlo famiglie, scolaresche ed escursionisti esperti, e ognuno può godersi il paesaggio secondo i propri interessi e le proprie capacità.
Si alternano mulattiere ampie e lastricate, sentieri a mezza costa e brevi tratti asfaltati; tutto il percorso è ben segnato e facile da raggiungere. Attraversa boschi misti di latifoglie, soprattutto castagni, alternati a maggenghi (pascoli di bassa quota già disponibili in primavera). Il paesaggio è fatto di piccoli borghi e alpeggi di bassa montagna, ormai quasi abbandonati tranne che d'estate. Tra queste case si trovano antichi torchi per spremere le vinacce, mulini per macinare i cereali e terrazzamenti sostenuti da muri a secco anche molto grandi. Questi terrazzamenti sono stati un esempio di architettura rurale per adattare il territorio aspro alle necessità dell'uomo e sfruttare al massimo i pochi terreni adatti a colture resistenti al clima, come patate, grani antichi, castagni e viti. Non mancano pregevoli testimonianze di arte sacra.
Proposta 1: il trekking dei terrazzamenti
Questa proposta percorre l'intero itinerario in tre tappe consecutive: Bognanco – Domodossola, Domodossola – Villadossola (Boschetto) e Boschetto – Antronapiana. Per una giornata più breve c'è la proposta 2, l'anello di Varchignoli e la via della Segale.
Tappa 1: la via dei Torchi e dei Mulini, da Bognanco a Domodossola
- Partenza: Bognanco Fonti
- Arrivo: Domodossola, Calvario
- Distanza: 11 km
- Tempo: 4 h 30'
- Dislivello: +200 m, −470 m; +180 m, −120 m
- Difficoltà: E (escursionisti)
- Periodo consigliato: da marzo a ottobre
Il percorso
A Bognanco Fonti, appena superato il ponte sul torrente Bogna prima di entrare in paese, si prende il sentiero D0 (via del Monscera, che qui coincide con il sentiero Stockalper) verso Ca' Monsignore. In questo primo tratto, tutto nei boschi di latifoglie di bassa montagna, si incontrano diversi terrazzamenti ormai abbandonati, un tempo coltivati. Poco dopo il piccolo e caratteristico ponte in pietra sulla forra del rio Rabianca si arriva a Ca' Monsignore, piccolo alpeggio oggi abitato solo d'estate, dove c'è uno dei tanti torchi della zona; da qui la vista spazia sulla media val Bognanco. Il sentiero continua a mezza costa tra terrazzamenti e vecchi ruderi di baite invasi dalla vegetazione, e diverse cappellette; poi scende ripido con una serie di gradoni fino al torrente, che si attraversa sul ponticello in pietra di ponte Dagliano, con spettacolari salti di roccia e giochi d'acqua. Risalendo un breve tratto si incontra l'oratorio del Dagliano, con un porticato dove fermarsi.
Si continua a salire a sinistra della chiesa fino a un gruppo di baite e, sulla mulattiera, a Monteossolano, riconoscibile da lontano per l'imponente chiesa di San Gottardo. Oltre alla bellezza e al panorama, il paese è famoso per il torchio, molto apprezzato dai visitatori per l'ottimo stato di conservazione, frutto del lavoro paziente della comunità locale. L'ingresso costa un simbolico euro: si può vedere un breve documentario e, con un'offerta libera, assaggiare il vino locale.
Lasciata la borgata si segue un tratto di strada asfaltata fino a Pregliasca e da qui, prima a mezza costa su una strada tagliafuoco e poi su una ripida mulattiera nel bosco, si scende a Cisore e poi a Mocogna. Su strada asfaltata si arriva a Castanedo, sul versante opposto della valle, e da qui un'ampia mulattiera porta a Vagna (Maggianigo), con molte cappelle e oratori sparsi nei boschi che raccontano una sentita religiosità popolare. Dopo un breve tratto ancora in salita si arriva a Croppo e, prima su sentiero nel bosco e poi su strada sterrata, a Motto e alla cappella di Marisch. Infine una mulattiera a gradoni scende al Sacro Monte Calvario, patrimonio mondiale UNESCO: un complesso di dodici cappelle con statue e affreschi, coronato dal santuario ottagonale della Santa Croce. La via Crucis ombreggiata che parte dal santuario porta al centro storico di Domodossola, il principale centro del fondovalle ossolano.
La val Bognanco è l'unica valle dell'Ossola in cui sia stato fatto un censimento dettagliato dei torchi. Le presse sono tutte sul lato settentrionale della valle, il versante al sole, anche perché più adatto alla vite, e servivano solo per spremere le vinacce. I torchi conservati o restaurati si trovano nelle frazioni di Cisore, Monteossolano, Comparione, Pianezza, Messasca e Ca' Monsignore.
Come arrivare
Nei giorni feriali Bognanco si raggiunge con l'autobus di linea che parte dall'autostazione di Domodossola, vicino alla stazione ferroviaria internazionale. Gli orari cambiano con le stagioni: si trovano su www.comazzibus.com. Nei fine settimana bisogna verificare se c'è il servizio di linea; altrimenti si può organizzare un taxi privato (auto o minivan), sempre da Domodossola.
Punti di ristoro
Lungo l'itinerario non ci sono punti di ristoro fino a Domodossola: bisogna portarsi da mangiare. Ci sono invece diversi punti acqua nelle frazioni attraversate, ma conviene averne con sé una scorta sufficiente.
Dove dormire
A seconda dell'orario di partenza e dell'allenamento, la tappa può finire al Sacro Monte Calvario, scendendo poi in città lungo la via Crucis fino all'alloggio scelto; oppure, arrivati a Mocogna, si può andare direttamente in centro. A Domodossola le possibilità di vitto e alloggio sono numerose: un elenco aggiornato è su www.distrettolaghi.it.
Tappa 2: la via dei Torchi e dei Mulini, da Domodossola a Villadossola
- Partenza: Domodossola, Calvario
- Arrivo: Villadossola, Boschetto
- Distanza: 8 km
- Tempo: 3 h 30'
- Dislivello: +380 m, −315 m
- Difficoltà: E (escursionisti)
- Periodo consigliato: da marzo a ottobre
Il percorso
Si risale al Sacro Monte Calvario lungo la via Crucis e si prosegue in quota fino alla frazione Boschetto di Villadossola. L'itinerario attraversa le frazioni alte tra Domodossola e Villadossola, sul versante destro della val d'Ossola, e fa riscoprire la vita contadina tra terrazzamenti, torchi, mulini e vecchi forni. Dal Sacro Monte Calvario si toccano le borgate di Anzuno, Tappia e Sogno.
Per un breve tratto si segue la strada asfaltata, poi a Crosiggia si imbocca la vecchia mulattiera che, in dolce salita, porta alla bella borgata di Anzuno. In questo primo tratto si godono paesaggi d'altri tempi tra numerosi terrazzamenti a secco ancora coltivati a vite con le «toppie»: pali di sostegno in pietra su cui poggiano orizzontali i pali di legno, rigorosamente di castagno, che reggono i tralci. I vigneti si alternano a pascoli verdi chiusi da muri a secco grigi, che in primavera si colorano di fiori selvatici.
Dopo un breve tratto nel bosco si arriva ad Anzuno, borgata con le costruzioni molto ben conservate: un intrico di viuzze acciottolate, sottopassi e cortili dove la pietra mostra tutte le sue applicazioni. Tra le vecchie case si visitano l'antico torchio e il forno; poco fuori dal paese c'è una serie di mulini, un tempo mossi dalle acque del rio Molini. Tra le case e lungo il sentiero alcuni pannelli spiegano come funzionavano torchi e mulini. Poco sopra i mulini c'era un'antica cava di pietra ollare, ormai invasa dalla vegetazione, che conserva le sagome dei cilindri di pietra da cui si ricavavano le pentole.
Si sale poi alla cappella dell'Oro: il nome viene da un toponimo diffuso in molte valli alpine che indica l'«orlo», cioè un punto affacciato sulla valle. Fu costruita in segno di pace tra le comunità di Tappia e Vagna, in lite da secoli per i diritti di pascolo e di legnatico. Nel bosco si arriva a Tappia, antico borgo raccolto attorno al ruscello con la chiesa di San Zeno: anche qui ci sono un torchio e un forno del pane, entrambi in ottimo stato, e il forno si usa ancora durante la festa del paese.
La mulattiera corre poi a mezza costa, scavalca profondi valloni e segue i fianchi del monte tra numerosi terrazzamenti, ormai invasi dal bosco, con alcuni castagni di dimensioni notevoli, fino a Sogno. Appena prima del paese c'è il complesso rustico di Cà d'Pera, dove una fila di pietre del muro è posata in verticale, al contrario di tutte le altre: pare servisse ad arieggiare il muro e l'interno dell'edificio, o semplicemente a decorare. Sogno è la frazione più alta di Villadossola e certamente una delle più antiche: sorge su un ripiano elevato, ben difeso dagli strapiombi sulla valle, e fa pensare a un antico castelliere.
Da qui l'itinerario scende tra terrazzamenti vecchi di millenni nel sito archeologico di Varchignoli, con muri a secco e case costruite con blocchi ciclopici: qui la preistoria di Villadossola trova le sue radici. I muri a secco megalitici sostengono terrazzi coltivabili collegati da un complesso sistema di scale in pietra, a volte incassate e a volte sporgenti. Tutto il sito si visita lungo un anello di circa 2 km, con segnaletica dedicata e pannelli esplicativi, che sale sopra Boschetto e tocca i nuclei di Casa dei Conti, Rive Lazzaro, Veia Rota, Varchignoli e Valin Bianch. Finita la deviazione si scende a Boschetto, ultima località della tappa, poco sopra Villadossola all'imbocco della valle Antrona: qui si può dormire nell'ostello oppure prendere l'autobus per risalire la valle o tornare a Villadossola o a Domodossola.
Punti di ristoro
Lungo l'itinerario ci sono molti punti acqua nelle frazioni e due possibilità di ristoro: l'agriturismo La Tensa (con una deviazione dal percorso principale) e La Cantina di Tappia. Conviene verificare aperture, orari e disponibilità prima di partire. Entrambe le strutture, in ambienti tipici, propongono piatti della tradizione alpina con prodotti locali: salumi, formaggi e vini.
Dove dormire
A Boschetto, alla fine della tappa, si può dormire all'ostello, oppure andare in autobus a Villadossola o a Domodossola per altre strutture (orari su www.comazzibus.com, strutture su www.distrettolaghi.it).
Tappa 3: la strada Antronesca, da Boschetto ad Antronapiana
- Partenza: Villadossola, Boschetto
- Arrivo: Antronapiana
- Distanza: 14 km
- Tempo: 4 h 30'
- Dislivello: +450 m
- Difficoltà: E (escursionisti)
- Periodo consigliato: da marzo a ottobre
Il percorso
Da Boschetto l'itinerario risale tutta la valle Antrona, lasciando da parte le deviazioni dell'anello di Varchignoli e della via della Segale, che insieme occupano un'intera giornata. Segue l'antica strada Antronesca, sul sentiero C00, attraverso piccoli paesi quasi sospesi a mezza costa e circondati da terrazzamenti. Le caratteristiche «toppie» ricordano che qui la vite si coltiva da sempre, e molte sono state ripristinate di recente per una nuova produzione di vino.
Dal punto di sosta di Boschetto si sale sulla mulattiera fino a Boschetto Sopra, poi si segue la strada asfaltata di accesso al borgo fino al bivio con la mulattiera. Alla cappella sul bivio per Varchignoli si scende al lavatoio e si arriva a Cresti. Qui vale la pena fare una deviazione sulla «via della Segale», per visitare diverse frazioni, ognuna con manufatti importanti che raccontano l'antica economia di montagna basata sull'agricoltura e sulla pastorizia. La coltura più diffusa era senza dubbio la vite, ma avevano una certa importanza anche la segale, le patate e la canapa. Grande importanza ebbero le miniere di ferro di Montescheno, attive fin dal Cinquecento. La via della Segale segue il sentiero C04, con piccole deviazioni dentro e fuori i nuclei abitati, e permette di visitare il mulino di Montescheno, restaurato e ancora funzionante; il forno del pane di Progno, anch'esso ben conservato e usato durante la festa del pane; la borgata di Barboniga, con un forno e un torchio in buono stato (entrambi visitabili); e infine il bel paesino di Valleggia, molto ben conservato, con un altro forno del pane accanto all'oratorio della Madonna del Sangue. Si consiglia di tornare a Cresti per la stessa via: in tutto, andata e ritorno, sono circa 6 km.
Si continua sulla strada Antronesca fino a Seppiana, anticamente chiamata Silva Plana, cioè «bosco pianeggiante», anche se le uniche parti piane del suo territorio sono i terrazzamenti sui fianchi della montagna; imponente la chiesa di Sant'Ambrogio in cima al paese. Attraversata Seppiana si passano le frazioni di Camblione e San Rocco e si arriva a Viganella, dove ci sono molti terrazzamenti ancora coltivati a vigneto grazie a un progetto di riordino fondiario che ha permesso di unire e gestire questi terreni per una nuova agricoltura di montagna. Viganella fu per molti anni il centro della lavorazione del ferro estratto dalle miniere vicine: nella torre medievale c'è un piccolo centro di documentazione sull'estrazione e la fusione del ferro, da cui parte l'anello tematico della «via del Ferro». Nei dintorni si riconoscono antiche strutture murarie di impianto megalitico, in cui sono state trovate nicchie e grotte a falsa cupola simili a quelle di Varchignoli. Il borgo ha due edifici importanti: la chiesa della Natività di Maria e Casa Vanni (Cà dul Van), antica residenza di una prestigiosa famiglia di notai, con un ampio loggiato ad archi e colonne in pietra.
Sulla strada Antronesca si arriva poi a Rivera e a Ruginenta, il cui nome rivela un legame con l'estrazione e la lavorazione del ferro. Il percorso passa per le frazioni Prato, insediamento antico poco soleggiato, San Pietro e Madonna, che ospita un piccolo centro documentale sull'estrazione dell'oro nelle miniere del vallone di Trivera. Si sale a Prabernardo e Locasca, un tempo importante centro di lavorazione dell'oro, e si devia verso Rovesca, famosa per il grande dipinto sulla facciata della chiesa di San Cristoforo. Da Rovesca si arriva in poco tempo ad Antronapiana, dove spiccano le cappelle della via Crucis attorno al perimetro della vecchia chiesa, distrutta dalla frana del 1642. Antronapiana sorge in una conca verde dove si uniscono i torrenti Loranco e Troncone, che formano l'Ovesca. È un paese ricco di storia e di tradizioni antiche, con un'economia un tempo basata solo sui boschi e sui pascoli, poi cresciuto fino a diventare il centro principale della valle.
Punti di ristoro e mezzi pubblici
L'itinerario attraversa tutti i paesi della valle, con molti punti acqua e la possibilità di fermarsi nei circoli e nei bar (da verificare aperture e disponibilità). La vicinanza della strada provinciale della valle Antrona permette di raggiungere molte fermate dell'autobus, utili in caso di necessità, per accorciare l'itinerario o per tornare alla partenza (orari su www.comazzibus.com). Ad Antrona, arrivo del trekking, ci sono diverse possibilità di ristoro e di sosta, e si può tornare a Domodossola con i mezzi pubblici.
Il trekking si può fare in autonomia oppure con una guida ambientale escursionistica.
Punti di interesse
1 – Torchio di Monteossolano
È in ottimo stato, del tipo autoportante a vasca sospesa, e serviva solo per spremere le vinacce per fare il vino. La pressa, la parte più voluminosa, è fatta di quattro travi, due di rovere e due di larice (queste ultime aggiunte probabilmente in seguito), unite da bulloni e robuste fasce di ferro. Dove si trova il contrappeso in pietra, le due travi superiori ospitano la sede della vite madre. Le analisi dendrocronologiche lo datano alla prima metà del Settecento. Le travi furono fatte entrare dall'apertura nella parete ovest dell'edificio. La costruzione, affidata a maestranze specializzate che giravano i villaggi, doveva essere decisa dalla comunità, per la spesa rilevante e per come le singole famiglie l'avrebbero usato. Il torchio aveva uno status particolare di bene pubblico, sottolineato dalla proprietà collettiva del locale che lo ospitava, non a caso in posizione centrale rispetto alle case, che ne garantiva l'uso e la conservazione secondo regole condivise.
Le travi fanno da leva azionata dalla vite, che le abbassa sul letto di legno dove si accumulano le vinacce: il peso delle grosse travi e della grande pietra legata alla vite sviluppa una pressione di diverse tonnellate.
2 – Mulini ad acqua di Anzuno
A valle e a monte del ponticello sul rio, poco fuori Anzuno, si vedono piccoli edifici in pietra, abbandonati e in parte distrutti: sono antichi mulini per macinare la segale. Lungo questo rio c'erano un tempo, oltre ai mulini, anche pestelli per il miglio e il panìco, seghe idrauliche e vasche per macerare la canapa.
I mulini hanno una struttura semplice, con ruota idraulica o turbina ad asse orizzontale: la più diffusa in Ossola, facile da costruire perché senza ingranaggi, ma di rendimento limitato. La ruota era una corona di pale o tazze, messa in moto da un getto d'acqua che arrivava da un canale; un dispositivo simile a una paratoia, comandato dall'interno, regolava il flusso d'acqua e quindi la velocità della ruota. Alla ruota era fissato un albero verticale che in cima portava la macina superiore, quella che girava. Le macine erano ricavate da un unico blocco di pietra del posto: qui se ne vedono due di circa 130 cm di diametro. La macina inferiore resta ferma, mentre quella superiore, mobile, è collegata all'albero con delle staffe. Per macinare semi diversi si poteva cambiare la distanza tra le macine, alzando o abbassando quella superiore con una vite che regolava la posizione del palo. Le due macine, chiuse da un coperchio di legno, erano sormontate da una tramoggia che si riempiva con i chicchi ottenuti battendo la segale: la sua forma a imbuto li portava nel foro centrale della macina superiore, fino al piano di macinazione. La forma convessa della macina inferiore faceva scorrere la farina verso il bordo, da dove cadeva in un apposito contenitore, il «buratto».
3 – Forno del pane di Tappia
Il forno ha sostituito, in tempi molto antichi, l'uso di pietre arroventate sul focolare per cuocere il pane. Poteva essere privato o della comunità; di solito era una piccola costruzione isolata, con una bocca in pietra che dava sulla camera di cottura a pianta circolare, con la cupola in mattoni o, nei forni più antichi, in pietra. L'uso comune permetteva di consumare meno legna. Per cuocere il pane si scaldava prima il forno con la brace, poi lo si puliva da carboni e cenere con un tirabrace e una scopa di ginestra, e infine si infornavano i pani.
Qualche cenno sulla segale: è una pianta erbacea della famiglia delle Graminacee, originaria dell'Asia sud-occidentale, comparsa in alcune regioni alpine forse già alla fine dell'età del ferro e poi diffusa fino a 1000 metri e oltre, grazie alla sua resistenza sia agli inverni rigidi sia alla siccità estiva, e alla scarsità di nutrienti di certi terreni. Rispetto al grano la segale è più slanciata, con stelo e spiga verde-azzurri quando non è matura; a maturazione la spiga si piega e diventa giallo oro. La segale era senza dubbio uno degli alimenti principali delle popolazioni alpine.
4 – Sito archeologico di Varchignoli
I terrazzamenti, che di solito caratterizzano le aree agricole di montagna, in alcune zone dell'Ossola assumono forme megalitiche di grande rilievo. Si trovano nella fascia tra i 400 e gli 800 metri di quota, soprattutto tra Sogno e Varchignoli, all'imbocco della valle Antrona.
In questo sito archeologico ci sono terrazzamenti antichi di millenni e case costruite con blocchi ciclopici: qui la preistoria di Villadossola trova le sue radici, nei segni lasciati dall'uomo sui fianchi delle montagne al tempo della prima colonizzazione. Queste prime opere di bonifica mostrano la capacità creativa di quella cultura, a cui si devono i muri a secco megalitici costruiti per sostenere terrazzi coltivabili, collegati tra loro da un complesso sistema di scale in pietra, a volte incassate e a volte sporgenti: testimonianze chiare della fatica dell'uomo per adattare l'ambiente alpino alla propria sopravvivenza. Tutto il sito megalitico si visita lungo un percorso ad anello, con segnaletica dedicata e pannelli esplicativi, che sale sopra la località Boschetto e tocca i nuclei di Casa dei Conti, Rive Lazzaro, Veia Rota, Varchignoli e Valin Bianch: un unico punto d'interesse con testimonianze storiche e preistoriche dell'adattamento del territorio alle necessità dell'uomo.
Quattro elementi caratterizzano questa zona:
- Muri a secco dei terrazzamenti fatti di blocchi di grandi dimensioni (megalitici), costruiti con materiali disponibili sul posto allo stato naturale.
- Scale tra i diversi livelli dei terrazzamenti, fatte di grandi lastre infisse a sbalzo nei muri, oppure posate su sostegni addossati ai muri di contenimento.
- Camere sotterranee ricavate nei muri, spesso allargate nel terreno retrostante, coperte da false cupole e con l'ingresso di solito incorniciato da elementi disposti con cura.
- Una rete di condotti di drenaggio in muratura che percorre tutto il sottosuolo dell'area e sfocia nei torrenti sottostanti.
La coltivazione della vite, introdotta nelle valli ossolane fin dall'inizio della colonizzazione, ha accompagnato l'uomo nella sua storia agricola ed è stata il livello più nobile del suo lavoro. Alcuni muraglioni hanno, subito sotto i blocchi del bordo superiore, una fila di lastre con un foro circolare al centro, o con due incavi a U accostati. Sono simili alle lastre che in valle si chiamano «palanghe» e che si usano ancora oggi per infilare i pali di sostegno delle viti a spalliera.
5 – Mulino di Montescheno
Il mulino di Sasso, frazione di Montescheno, è un edificio molto rappresentativo di questo tipo di opifici, diffusissimi in Ossola grazie all'abbondanza di acque correnti. Fu ricostruito tra il 1915 e il 1920 al posto di un mulino precedente, reso inutilizzabile dalla costruzione di una centrale idroelettrica sul torrente Brevettola. Ha una ruota verticale e due macine indipendenti. Oggi il mulino, funzionante, è anche un piccolo museo, con pannelli descrittivi e un'esposizione di antichi attrezzi per la macinazione.
La segale è una presenza antica nelle valli alpine: per secoli è stata coltivata anche sui versanti e sui terrazzamenti dell'Ossola, e poi raccolta per fare il pane e altri alimenti. Soprattutto nelle valli laterali (Antrona, Anzasca, Bognanco) e in alta Ossola, la coltivazione della segale, insieme ad altri cereali, ortaggi, alberi da frutto e viti, ha dato origine a un paesaggio agricolo fatto di vasti sistemi terrazzati.
6 – Terrazzamenti di Viganella
Molti terrazzamenti sono ancora coltivati a vigneto grazie a un progetto di riordino fondiario che ha permesso di unire e gestire questi terreni per una nuova agricoltura di montagna. Nei dintorni si riconoscono antiche strutture murarie di impianto megalitico, in cui sono state trovate nicchie e grotte a falsa cupola simili a quelle di Varchignoli. Si trovano sopra Viganella, nelle località Caral, Piensc e Mutarel, come le chiama la gente del posto: si estendono su 6540 m² di versante, tra 600 e 660 metri di quota. È uno dei sistemi terrazzati più importanti della valle Antrona, insieme a quello di Varchignoli.
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Scheda aggiornata e foto: https://opentrek.it/escursioni/ossola/terrazzamenti-bognanco-antrona
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